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venerdì 13 maggio 2016

Monete virtuali: arriva Ethereum a sfidare Bitcoin di FEDERICO GUERRINI


La valuta è nata a luglio 2015, ma ha subito catturato l’attenzione degli osservatori: utilizza la blockchain non soltanto per transazioni finanziarie, ma anche per l’erogazione di contratti che possono essere firmati ed eseguiti in maniera automatica.
C’è una nuova stella nel firmamento delle cripto-monete virtuali, che hanno nelBitcoin il loro esponente più noto. Si chiama Ether e aveva raggiunto, nelle scorse settimane, una capitalizzazione di mercato di un miliardo di dollari (Bitcoin oscilla fra i sei, sette miliardi), anche se poi è tornata su livelli più modesti. Più che la moneta in sé, in realtà, ad attrarre nerd e grandi aziende come Ibm o Jp Morgan Chase, è il protocollo sottostante, Ethereum, che al pari di Bitcoin fa leva su blockchain, un database pubblico, criptato e decentralizzato di transazioni. 


Ethereum è nato ufficialmente a luglio 2015, meno di un anno fa, ma ha subito catturato l’attenzione degli osservatori. Il motivo: utilizza la blockchain non soltanto per transazioni finanziarie, ma anche per l’erogazione dei cosiddetti «smart contracts», contratti che possono essere firmati ed eseguiti in tutto o in parte in maniera automatica, senza che sia necessario negoziarne le varie componenti (dalla stipula alla firma, ai termini specifici) attraverso l’intervento di intermediari umani. 

Un esempio - un po’ paradossale, ma teoricamente ipotizzabile - potrebbe essere quello di un lascito testamentario che viene erogato in automatico se l’ interessato non dimostra periodicamente di essere vivo, o la prenotazione e il pagamento di un auto senza pilota o, in uno scenario da thriller, l’ingaggio a distanza di un killer, la cui «prestazione» potrebbe poi essere ritenuta assolta una volta che la notizia dell’assassinio sia appara sui giornali. «In realtà - spiega Giacomo Zucco, amministratore di Blockchain Lab, un laboratorio di ricerca con sede negli spazi del coworking milanese Copernico – anche il Bitcoin permette l’esecuzione automatica di contratti soggetti a certe condizioni, che però al momento possono essere solo di due tipi: vincoli temporali, o la presenza di più firme. È una limitazione momentanea, che però è voluta, per motivi di sicurezza». 

Con Ethereum, si possono «scrivere» nella blockchain anche contratti complessi: il contrappasso è che, più complesso è il programma, più e potenzialmente vulnerabile e manipolabile. Lo sviluppo di Ethereum, inoltre, per quanto il codice sia open source ed esista una vasta comunità di appassionati, è in mano fondamentalmente a due soggetti: la società Ethereum Switzerland, e la Etherum Foundation. «È molto più centralizzato, quindi più facile da manipolare o censurare, se qualcuno lo volesse», dice Zucco. In ogni caso, non mancano anche in Italia, le iniziative incentrato su questo potenziale successore del Bitcoin, anche se le opinioni restano divise, fra chi pensa che si tratti di una moda passeggera e chi invece che sia destinato a durare. 

«Solo qui al Blockchain Lab abbiamo tre progetti su Ethereum, l’interesse c’è, ed è uno strumento particolarmente buono per sperimentare velocemente idee complesse, che su Bitcoin sarebbe ancora difficile implementare, ma personalmente penso che potrebbe benissimo trattarsi di un fenomeno passeggero – racconta l’esperto - non è così facile rimpiazzare Bitcoin: sono ormai 7 anni che ci si lavora sopra, è uno standard ormai diffuso, con fortissimi effetti di rete». 

Conta insomma anche «l’effetto network»: più un prodotto o un protocollo è consolidato, minore è il costo, in termini di tempo ed energie, per chi voglia creare applicazioni che lo sfruttino. Il bitcoin però non è che stia passando un gran bel momento. Non fosse bastata la faida interna fra puristi, convinti che il protocollo dovesse mantenere la forma originale, e sperimentatori, che proponevano di ampliare la dimensione dei blocchi di dati che compongono la blockchain che ha creato nei mesi scorsi profonde scissioni fra gli sviluppatori, ci si sono messe anche voci autorevoli come quella del fondatore di Transferwise, Taavet Hinrikus, a pronosticare la morte della moneta virtuale. «È poco adottato, nessuno lo usa - ha sentenziato Hinrikus - penso che l’esperimento possa dichiararsi concluso».