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domenica 1 gennaio 2012

Il prezzo dell’oro nel 2012


Di Bill Bonner - Daily Reckoning

OGNI VOLTA CHE LA CORREZIONE comincia sembra che termini prima di causare dei veri danni. Ci aspettiamo invece una correzione ben maggiore. Arriverà, il mercato ci metterà alla prova ed è bene essere preparati.
Cosa accadrebbe però se invece che metterci alla prova “al ribasso” lo facesse “al rialzo”? Non è una previsione, ma solo uno spunto di riflessione. Cosa accadrebbe se il prezzo dell’oro salisse improvvisamente a livelli inattesi? Cosa faremmo?
Gli esperti di Citigroup danno il prezzo dell’oro a $3.400 “entro uno o due anni”. E se avessero ragione? Verrebbero le vertigini, a guardare il prezzo dell’oro salire fino ad oltre i $3.000. E se, mentre pensiamo si prepari alla scalata finale, facesse dietrofront e tornasse ai livelli di oggi? Come ci sentiremmo, pensando che avremmo potuto vendere in quel momento e che l’oro aveva raggiunto il massimo e ce lo siamo fatti sfuggire?

Secondo il principio del 50%, il prezzo potrebbe salire a $3.000, poi scendere a $1.500 e poi salire nuovamente, anche fino ai $5.000 o persino $10.000. Prezzi tali non sono improbabili nel boom che ci attende. Chi può dirlo?
Ultimamente però abbiamo visto più discese che salite per quanto riguarda il prezzo dell’oro. Accade perché il prezzo dell’oro ha ancora molta strada davanti.
Negli Stati Uniti la Fed spende $1,60 per ciascun dollaro ottenuto con le tasse. In Europa le banche centrali si preparano a concedere il bailout a banche e governi debitori.
E sapete quanto è stato speso? Nel tentativo disperato di evitare una crisi del debito, o una depressione, è stato organizzato un piano di salvataggio che non ha eguali nella storia. Bloomberg ha calcolato che sono stati spesi $7,7 trilioni. La nostra stima era più alta, per circa $10 trilioni.
Pare che entrambe le stime siano ben lontane dalla realta. Ecco cosa viene riportato:
Come parte del progetto “A Research and Policy Dialogue Project on Improving Governance of the Government Safety Net in Financial Crisis” Nicola Matthews e James Felkerson hanno esaminato i dati relativi al bailout della Federal Reserve sul sistema finanziario. Si tratta dell’analisi più approfondita dei dati grezzi eseguita fino ad oggi.
La portata e lo scopo della recente crisi finanziaria del 2007-2009 ha richiesto un intervento straordinario dalla Fed, nel suo ruolo di creditore ultimo.
In altre parole: un intervento di bailout per un valore di oltre $29 trilioni di dollari.
La Fed ha quindi messo a rischio un ammontare equivalente al 200% del PIL degli Stati Uniti. E per che cosa? Per evitare una depressione che avrebbe messo a rischio il 5% del PIL? Persino la Grande depressione degli anni ’30 portò l’economia indietro del 30% del PIL, uno scenario che oggi costerebbe all’economia meno di $5 trilioni.

Vedete quello che vedo io? Anche se funzionasse (e non lo farà) l’intervento della Fed sarebbe un disastro. Chi spenderebbe $29 trilioni per salvarne $5 trilioni?
Non basta. Questo ragionamento presuppone che una depressione non sia necessaria, o che non arrechi alcun bene. Sappiamo che non è vero: le depressioni servono, eliminano i cattivi investimenti e gli speculatori. Forzano i capitali in utilizzi più efficienti e produttivi. Eliminano i settori inutili, o vecchi. E riducono i costi, in modo che nuove industrie possano sorgere. È la distruzione di cui parla Schumpeter quando parla di “distruzione creativa”.

Più ci penso, più mi accorgo che la depressione tutto sommato mi piace. Dopo ingiusti bailout e sordidi recuperi, una bella depressione è proprio quello che ci vuole.