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sabato 12 luglio 2014

Bitcoin non è il paradiso dei terroristi e della criminalità organizzata . Chi lo dice ( e lo scrive ) non sa' di cosa parla !

Le sirene sono suonate ieri. “Allarme Bitcoin”; la moneta virtuale rischia di finanziare riciclaggio, mafia e terrorismo; le transazioni non sono tracciabili; “l’emergenza è già scattata”, titolavano molti media italiani, alcuni dei quali non avevano quasi mai trattato l’argomento prima di allora. Ma cosa era successo per scatenare un simile pandemonio? Siamo improvvisamente circondati da terroristi e cartelli internazionali della droga che si sono messi a smanettare con le criptovalute?
Il polverone nasce da due fatti. Il primo è la presentazione del rapporto annuale dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia in cui l’istituto, segnalando i rischi potenziali di una serie di soggetti e attività, dedica qualche riga a Bitcoin. “L’interesse dell’Unità è stato pure rivolto al possibile uso per finalità illecite di monete virtuali: sono in corso approfondimenti sul potenziale di rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo dei Bitcoin, anche in considerazione di alcune segnalazioni di operazioni sospette ricevute su anomale compravendite di tale strumento e delle iniziative che si vanno definendo in sede internazionale”.

Righe che nel rapporto completo, uscito a maggio, citano anche il rischio della volatilità, e l’assenza di forme di controllo che tutelino i clienti. Osservazioni che si congiungono al parere emesso pochi giorni fa dalla European Banking Authority – un’autorità indipendente dell’Unione europea, che si occupa di assicurare un livello di regolamentazione e di vigilanza prudenziale sul settore bancario europeo – che aveva evidenziato una serie di pericoli e problemi legati a Bitcoin, molti dei quali connessi all’utilizzo da parte degli utenti: furto di identità, perdita di password, bancarotta dei siti di cambio e così via.
Il secondo fatto sono invece le dichiarazioni del procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli: “L’uso di Bitcoin per le transazioni online non offre chiarezza nella tracciabilità e può essere strumento per riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo e delle mafie, e in generale, traffici illeciti”.
Da qui è partito dunque il tam tam Bitcoin-mafia-criminalità organizzata-terrorismo. Ma un simile allarme è sostanziato da fatti concreti? Da dati specifici? Poiché questi dati non ci sono, o almeno finora non sono emersi, proviamo a fare il punto sul problema allargando un po’ la visuale.
Bisogna partire però dalla replica al rapporto di Bankitalia arrivata dalla Bitcoin Foundation Italia(interessante notare che nessuno sui media si era premurato di sentirli malgrado siano il principale interlocutore del mondo della criptovaluta). L’associazione si mostra infatti molto sorpresa dellasegnalazione (divenuta allarme sui giornali) dell’istituto e si chiede a cosa faccia riferimento la frase del documento che parla di “alcune segnalazioni di operazioni sospette ricevute su anomale compravendite di tale strumento”, dal momento che in passato a più riprese “c’è stato il tentativo di interpellare direttamente e indirettamente Banca d’Italia, per informare e condividere informazioni, senza ricevere alcuna risposta formale o informale”.
Il mito della non tracciabilità
Ma soprattutto la Bitcoin Foundation Italia precisa una questione centrale, quella della presunta non tracciabilità della moneta virtuale. “Ogni singola transazione [di Bitcoin] viene registrata sulla banca dati Blockchain, in maniera condivisa, pubblica e liberamente scaricabile su tutta la rete dei nodi. Ogni transazione (lecita o illecita che sia) rimane visionabile a costo zero e “per sempre” su questa banca dati; pertanto ogni operazione se analizzata con gli adeguati strumenti può essere facilmente tracciata e dimostrata nelle sedi competenti. A riguardo si cita la ricerca della Cornell University, scaricabile aquesto indirizzo. Questa ricerca dimostra, in poche parole, che utilizzare il Bitcoin per scopi illeciti è perfino più rischioso di usare denaro elettronico o trasferimenti bancari”.
Lo studio citato per altro non è l’unico al riguardo. Un’altra ricerca (leggibile qui) condotta da università americane sostiene che l’anonimato reale garantito dalla criptomoneta sarebbe di molto inferiore a quello teorico; inoltre afferma che per grosse transazioni illecite i Bitcoin non sarebbero affatto uno strumento così comodo.
E ancora: tre ricercatori del Politecnico di Milano (Michele Spagnuolo, Federico Maggi e Stefano Zanero) hanno sviluppato addirittura un software, BitIodine, che aiuta a tracciare le transazioni in Bitcoin (qui il paper). Attraverso questo strumento sono stati in grado di investigare su alcune attività che riguardavano le operazioni effettuate dal fondatore di Silk Road, il mercato della droga online sequestrato lo scorso ottobre dall’Fbi malgrado l’uso di Tor e di Bitcoin da parte dei suoi amministratori.
Bitcoin non è anonimo, ma pseudoanonimo”, spiega a Wired.it lo stesso Zanero. “Ciò vuol dire che non ho un nome e cognome dei suoi utenti ma ho a disposizione delle chiavi che sono trasmesse in flussi pubblici. Quindi attraverso un’attività investigativa posso associare una chiave a una persona e in quel caso avrò a disposizione molti più dati di quelli che avrei avuto se le transazioni fossero state in contanti o fossero avvenute anche attraverso i canali bancari. Certo, è un mezzo diverso, e le polizie dovranno farsi il loro periodo di formazione per investigarci sopra, non è come mandare una letterina a una banca”.
A ritenere improbabile l’idea che Bitcoin sia il nuovo paradiso di cartelli e grossi traffici illeciti è anche Ferdinando Ametrano, professore di Interest Rate Derivatives all’Università Milano-Bicocca e senior quantitative analyst alla Banca IMI (anche se qui, precisa, parla a titolo personale): “La Banca d’Italia nel suo documento ha espresso alcune legittime preoccupazioni su una serie di soggetti, ad esempio anche su intermediari come SIM e SGR, non solo sulle criptovalute, solo che in quest’ultimo caso le sue frasi sono lette subito in chiave polarizzante. Diciamo che il cartello colombiano della droga usa i dollari e non i Bitcoin, perché questi non hanno la liquidità sul mercato per consentirne un uso agevole alla grande criminalità. Poi certamente ci sarà la piccola e media criminalità che li utilizza come fa con il cash”.
Di che volumi parliamo?
Un’altra delle questioni trascurate dallo scenario allarmista, oltre al funzionamento stesso della criptomoneta, sono i volumi di traffico. Incomparabilmente inferiori a quelli mossi anche dalla sola economia criminale su euro, dollaro e le altre monete a corso legale. Le stime che circolano sui ricavi complessivi solo della nostra criminalità mafiosa oscillano tra i 27 e  i 138 miliardi di euro. Una forbice molto larga che ad ogni modo si colloca ben lontano dai volumi di transazioni Bitcoin.
Secondo il rapporto sul settore di CoinDesk, appena uscito, la capitalizzazione di mercato di Bitcoin(il numero dei Bitcoin in circolazione per il valore di un Bitcoin) nel giugno 2014 era di 8,3 miliardi di dollari. Il volume globale di transazioni al giorno (ricavato da Coinometrics) sarebbe intorno ai 44 milioni di dollari.
In quanto all’Italia, “il giro d’affari è attualmente molto basso rispetto ad altre nazioni”, spiega a Wired.it Franco Cimatti, presidente della Bitcoin Foundation Italia. “Le attività che cercano di pubblicizzarsi (visionabili su servizi come coinmap.org), sono giusto poco più di 300. Il principale motivo di questo rallentamento alla diffusione e all’uso del Bitcoin è data da una generale e sempre presente diffidenza per il pagamento elettronico”.
Alcuni provano a stimare il volume di transazioni giornaliero in Italia a partire dai numeri delle transazioni globali, e si arriva a cifre sui 346mila euro. Ma lo stesso Cimatti è molto scettico: “non sono affatto convinto che ci siano questi volumi in Italia, ma ben più bassi”.
Le preoccupazioni dell’uso di Bitcoin a livello criminale ci sono sempre state, e non è un mistero che la cybercriminalità ne faccia uso. La stessa Silk Road e altri mercati neri del deep web usavano e usano i Bitcoin. Ma la criptomoneta negli ultimi anni ha semmai imboccato un percorso inverso, dai meandri oscuri della Rete alla luce del sole (basta vedere l’interesse dei venture capitalists e il proliferare di attività commerciali legittime).
Terrorismo?
Paradossalmente sono proprio il suo successo e la sua “normalizzazione” a procurare l’allarme. E tuttavia bisogna notare che ancora recentemente lo stesso governo americano, per bocca di David S. Cohen, sottosegretario al terrorismo e all’intelligence finanziaria del Dipartimento del Tesoro,affermava, di non vedere prove di un vasto utilizzo di Bitcoin e delle monete virtuali per finanziare il terrorismo o per evadere le sanzioni internazionali. “I terroristi in genere hanno bisogno di moneta reale, non virtuale, per pagarsi le spese – salari, mazzette, viaggi, coperture..”, ha detto Cohen.
La questione terrorismo è stata evocata più di recente anche da alcune notizie che riguardano l’Isis in Iraq e la sua perizia nell’uso di social media e internet. Tuttavia anche qui, a parte un post su un blog dalla ambigua attribuzione, non sembra che ci siano finora dati significativi.
Come spiega a Wired.it Evan Jendruck, analista del IHS Jane’s Terrorism and Insurgency Centre, autorevole centro internazionale di studi sul terrorismo, “è molto difficile valutare se gruppi terroristici stanno usando Bitcoin. Ad ogni modo si tratta di un fenomeno ancora piuttosto nuovo, e se ci sono gruppi terroristici che lo stanno usando (il che sembra finora poco plausibile) probabilmente lo fanno su scala molto ridotta”.
Allo stato attuale quindi sembra di poter dire che l’allarme su Bitcoin è più un fenomeno mediatico che una notizia nata da elementi concreti. E se l’attenzione e la discussione sulle criptomonete (non prive di rischi, sia chiaro, specie per i loro utenti) sono certamente salutari, forse si possono spegnere le sirene. Almeno fino alla comparsa di fatti precisi

ARTICOLO DALLA COMMUNITY ITALIANA BITCOIN