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sabato 25 ottobre 2025

Quando l’intelligenza artificiale va in debito: "Debt‑to‑Equity Ratio of Different Stocks" .

 


C’è un grafico che ha fatto il giro dei social finanziari. È semplice, ma visivamente potente. Si intitola “Debt‑to‑Equity Ratio of Different Stocks” e mostra in fila, come soldatini ordinati per rischio, i rapporti debito/patrimonio netto di una ventina di aziende tech. Tutti numeri ragionevoli – chi sta al 30%, chi al 200% – tranne uno. Oracle. La sua barra schizza quasi al 500%. Un colpo d’occhio violento, soprattutto se inserito nel contesto sensazionalista da cui proviene: un articolo su ZeroHedge dal titolo che sembra uscito da una distopia finanziaria – “Bank of England warns of devastating fallout as AI debt bubble pushed to the limit”.

Ma cosa c’è davvero sotto quel picco verticale che ci guarda come un avvertimento? E possiamo davvero parlare di una “bolla del debito AI”? Per rispondere, dobbiamo fare come si fa in fisica quando un esperimento mostra un’anomalia: isolare le variabili, guardare da più angolazioni, e non accontentarsi della spiegazione più rumorosa.


Un dato isolato non fa una bolla

Partiamo proprio dal grafico. Sì, Oracle ha un rapporto debito/patrimonio netto fuori scala rispetto agli altri giganti tech: 3,78, ossia il 378%. Significa, detto semplice, che per ogni dollaro investito dalla società stessa, ce ne sono quasi quattro presi in prestito. Questo non è banale. Ma non basta.

Il problema – e la ragione per cui questa immagine è diventata virale – è che accostare questi dati a parole come “fallout”, “bolla”, “AI” e “junk bonds” crea una narrazione esplosiva. Ma una narrazione, come sappiamo, non è una prova. Dobbiamo chiederci: da dove arriva questo indebitamento? Cosa ci fa Oracle con tutto quel denaro?


Cosa finanzia Oracle (e perché conta)

Nel settembre 2025, Oracle ha emesso 18 miliardi di dollari in obbligazioni. Scadenze tra il 2030 e il 2065. Una mossa che, già da sola, segnala fiducia nei ritorni a lunghissimo termine. Ma il punto non è solo la durata: è l’obiettivo. Quei miliardi servono per costruire data center su scala epica, destinati – almeno sulla carta – a clienti come OpenAI.

Qui, il nesso con l’IA si fa concreto. Oracle sta scommettendo non su un singolo modello, ma sull’intera infrastruttura che alimenterà la nuova economia dell’intelligenza artificiale generativa. Stiamo parlando di computing power, di reti neurali che non vivono nell’aria ma in silicio, ventilatori, trasformatori, fibra ottica.

Eppure, come fa notare The Register, il contratto che lega Oracle a OpenAI vale teoricamente fino a 300 miliardi di dollari. Ora, immaginate di essere un CFO e di dover garantire quella capacità, mentre il cliente non ha ancora flussi di cassa stabili né equity sufficiente a lungo termine. La leva finanziaria sale, e con essa il rischio.


Ma è davvero una bolla?

Qui conviene fare una pausa. Una bolla, per essere tale, non si misura solo con i debiti. Serve un entusiasmo collettivo, eccessivo e disconnesso dai fondamentali economici. Serve che gli investitori credano – senza prove – in ritorni miracolosi. E serve che il mercato, a un certo punto, smetta di crederci di colpo.

Ecco perché le osservazioni della Bank of England e del Fondo Monetario Internazionale vanno prese sul serio. Non perché parlano di “crollo imminente” – non lo fanno – ma perché mettono in guardia da valutazioni troppo elevate rispetto agli utili reali. Secondo la Financial Policy Committee, il 30% del valore dell’S&P 500 è concentrato nei cinque titoli maggiori. Una concentrazione di capitale che amplifica ogni oscillazione.

Il FMI è più diretto: ci sono sintomi da bolla. Azioni tech che salgono troppo in fretta, startup IA valutate decine di miliardi senza un business model sostenibile, e – cosa più preoccupante – una fiducia quasi religiosa nella promessa dell’intelligenza artificiale. Ma la fede, come la leva finanziaria, ha un costo se mal riposta.


Progetti senza ritorni: il nodo Bain & Company

Un’analisi di Bain & Company fornisce un altro pezzo del puzzle. Per giustificare l’investimento infrastrutturale richiesto dall’IA generativa, servirebbero 2 trilioni di dollari l’anno in ricavi. Attualmente, le aziende americane spendono circa 40 miliardi per questi progetti, e secondo Bain, il 95% di essi non produce alcun ritorno economico.

Ora, se foste un investitore obbligazionario e scopriste che i data center finanziati con i vostri bond dipendono da flussi di cassa futuri generati da software che (oggi) non generano ricavi, iniziereste a innervosirvi. È qui che la paura della “bolla del debito AI” trova terreno fertile. Non perché Oracle sia sull’orlo del default. Ma perché si regge su previsioni che potrebbero non concretizzarsi.


Oracle non è sola, ma è un outlier

Diamo un’occhiata comparativa. Il rapporto debito/patrimonio netto di Microsoft è 0,26. NVIDIA è a 0,39. IBM, che pure è un’azienda matura e con infrastrutture simili a Oracle, sta a 2,41. Oracle a 3,78 è davvero un’anomalia. Questo non implica insolvenza, ma espone a una serie di fragilità sistemiche, specialmente in caso di rialzi dei tassi o crolli nella domanda.

Il rischio non è isolato: riguarda tutti gli attori che si stanno indebitando per inseguire la promessa dell’IA, senza garanzie sui ritorni. Una promessa che, per quanto affascinante, non si è ancora tradotta in cassa. È come costruire un acquedotto pensando che tra dieci anni lì ci sarà una città. Forse sì. Ma e se non arrivano?


Fiducia sì, ma con i numeri davanti

In conclusione: la narrativa apocalittica di ZeroHedge non regge all’analisi dei dati. Ma l’allarme non è del tutto infondato. Oracle è effettivamente iper-leveraged rispetto ai concorrenti. La sua esposizione al rischio di controparte e ai cicli di hype dell’IA è concreta. Le istituzioni finanziarie non parlano di catastrofe, ma suggeriscono prudenza.

La vera domanda, che resta aperta, è questa: i ricavi futuri dell’intelligenza artificiale – oggi ancora aleatori – basteranno a giustificare gli investimenti massicci e il debito che li sostiene?

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