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Sull’orlo del grande ciclo, i dubbi su Bitcoin

 

La lettura di Ray Dalio descrive una crisi sistemica avanzata, in cui ordine monetario, stabilità politica e fiducia negli asset vengono messi simultaneamente alla prova.

La domanda non è se il sistema stia attraversando una fase di stress, ma se esistano ancora margini di adattamento prima di una rottura irreversibile. È su questo crinale che si colloca l’analisi di Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, che interpreta l’attuale situazione degli Stati Uniti come una fase avanzata di un processo storico ricorrente, da lui definito “grande ciclo”.

Secondo Dalio, il sistema americano si troverebbe nelle battute finali della quinta fase del ciclo, quella in cui le tensioni economiche, sociali e politiche convergono. È la fase in cui il debito accumulato raggiunge un punto di saturazione e in cui le risposte tradizionali, come l’espansione monetaria, iniziano a produrre effetti destabilizzanti anziché correttivi. Il passaggio alla fase successiva, la sesta, coincide storicamente con il collasso dell’ordine esistente.

Il punto critico non è solo finanziario. Dalio collega esplicitamente la fragilità monetaria all’inasprimento del conflitto interno. Episodi di violenza politica vengono letti come segnali di un deterioramento della coesione sociale, tipico delle fasi terminali di un ciclo imperiale. L’assunzione implicita è che, quando la distribuzione della ricchezza diventa percepita come ingiusta e non più correggibile attraverso le istituzioni, il conflitto smette di essere simbolico e diventa materiale.

In questo contesto, la sostenibilità del debito gioca un ruolo centrale. Nella quinta fase, afferma Dalio, l’indebitamento cresce più rapidamente della capacità reale di rimborso. La conseguente creazione di moneta, inizialmente pensata per stabilizzare il sistema, accelera invece la perdita di fiducia nella valuta. È il meccanismo attraverso cui un ordine monetario inizia a dissolversi dall’interno.

Dalio è scettico sulla possibilità di una correzione volontaria. Il consolidamento fiscale, cioè la riduzione intenzionale del debito attraverso scelte politicamente costose, viene giudicato improbabile. Allo stesso modo, il ripristino dell’ordine internazionale e interno che ha sostenuto la democrazia liberale appare, nelle sue parole, “dubbio”. La crisi non è quindi un incidente, ma l’esito di dinamiche strutturali non affrontate per tempo.

Eppure, l’analisi non è del tutto deterministica. Dalio insiste sul fatto che ci troviamo ancora “sull’orlo del baratro”, non oltre. Questo spazio residuo rappresenta l’ultima finestra per adattare il sistema, reinventandone le regole in modo coerente con le nuove condizioni. Un buon sistema, nella sua definizione, è quello che riesce a realizzare ciò che la maggioranza delle persone desidera, e questo risultato può essere valutato in modo oggettivo. La lezione storica che ne deriva è lineare: la cooperazione produttiva genera meno costi e più benefici rispetto a un conflitto interno per il controllo della ricchezza e del potere.

Quando la fiducia nell’ordine monetario vacilla, la ricerca di beni rifugio diventa un riflesso automatico. Oro e argento, in questo scenario, continuano a registrare nuovi massimi, segnalando una crescente diffidenza verso le valute legali e l’architettura finanziaria che le sostiene. Dalio interpreta questo movimento come un sintomo, non come una causa: il ritorno alla “moneta forte” è un fenomeno ricorrente nelle fasi di transizione storica.

In ambito geopolitico, la frammentazione accentua ulteriormente il problema. In situazioni di conflitto latente, anche gli alleati tendono a ridurre l’esposizione ai debiti reciproci. La perdita di fiducia non riguarda solo le istituzioni, ma anche le relazioni tra Stati, mettendo in discussione lo status di valuta di riserva del dollaro.

È in questo quadro che si inserisce il dibattito su Bitcoin, spesso definito “oro digitale”. In teoria, l’asset soddisfa alcuni criteri chiave indicati da Dalio: è relativamente resistente al congelamento e trasferibile senza intermediari. In pratica, però, il mercato continua a trattarlo come un asset rischioso. Nei momenti di forte incertezza, i capitali si dirigono prima verso i rifugi tradizionali, mentre Bitcoin mostra una correlazione più vicina ai titoli tecnologici ad alta volatilità.

Questa dinamica alimenta il dubbio sulla sua maturità. La trasparenza totale della rete, la tracciabilità delle transazioni e la dipendenza da un’infrastruttura globale sono elementi che, secondo Dalio, ne limitano l’idoneità come riserva per le banche centrali. A ciò si aggiunge un fattore temporale: l’oro ha costruito la propria credibilità in millenni, Bitcoin esiste da poco più di un decennio.

Dalio non esclude del tutto il suo ruolo. Ammette che una piccola allocazione, intorno all’1% del portafoglio, possa trovare spazio nella categoria della “hard money”, come strumento parzialmente indipendente da governi e banche centrali. Ma la cautela rimane. Nel momento in cui l’ordine globale viene messo in discussione dalle fondamenta, il valore reale degli asset emergenti non è più una questione teorica. È una prova di resistenza su scala storica, il cui esito resta aperto.

Rif. https://x.com/RayDalio/article/2015822544083759340

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